Poetica

illustrazione Elena Mistrello

COLLETTIVO MICORRIZE

Il termine «micorriza» è composto dalle parole greche antiche per «fungo» e «radice». La micorriza è compost. È un insieme che supera la somma delle sue parti. Nelle micorrize le radici delle piante e i miceti si intrecciano intimamente in reti relazionali sotterranee, complesse e fitte, fino al punto che nessuno dei due elementi riesce a prosperare senza il contatto e lo scambio simpoietico con l’altro. Le micorrize sono matasse simbiotiche, una relazione costante e produttiva tra due regni che l’occhio del tassonomista ha visto per secoli come irriducibili. Le micorrize sono ragnatele e ricami che si diffondono nel suolo, dove ife fungine e radici arborescenti si intrecciano, abbracciano, espandono. Sono matasse che generano fenomeni. Le micorrize sono mappe che ci obbligano a pensare allo spazio come il luogo dell’incontro, un incontro che cambia il corpo e lo rimesta nel mondo affollato, un mondo in cui non si è mai sol*. Le micorrize sfuggono le categorie classiche di cui ci serviamo per descrivere l’esistente: contatto, prossimità, intreccio, relazione e scambio sostituiscono distanza, chiusura, alienazione, separatezza. Nel rapporto micorrizico la pianta fornisce al fungo carboidrati, il fungo fornisce alla pianta acqua e nutrimenti derivati dalla digestione extracellulare di rocce, legno e materia organica. E se alleniamo lo sguardo, possiamo vedere come le micorrize siano in relazione tra loro su scala molto più grande: nel sottosuolo questi tentacoli trans-regno legano tra loro funghi e piante appartenenti a specie diverse, disegnando trame che rompono la simbiosi “uno a uno”. Possiamo dire che è il woodwide web: dove stanno le micorrize tutto è legato a qualcosa che è legato a qualcun altr*! Le micorrize sono le relazioni che producono le foreste. Sono autostrade lungo le cui corsie corrono nutrienti da distribuire a chi ha più fame. Sono canali lungo cui passano informazioni e il mondo boschivo può parlare e comunicare. Guardare le micorrize con gli occhi immersi nell’humus vale a prendere coscienza di come i confini del fungo e quelli della pianta si confondono, e di come le partiture che scandiscono le grammatiche del soggetto individuale si trasformano nell’emersione di una relazione che viene prima delle entità che la compongono. Diventare micorriza è un gesto, un desiderio, una necessità.

MICORRIZE è un progetto di ricerca nato dall’incontro tra Marta Lucchini e Rosa Lanzaro

MICORRIZE ha la vocazione del collettivo, aperto al confronto e alla collaborazione con altr* artist*, artigian*, ricercatrici e ricercatori, pensatrici e pensatori.

MICORRIZE indaga il linguaggio delle arti performative contaminandolo con quello delle arti visive.

MICORRIZE si nutre di contaminazionialleanze ineditescambi, mutazioni.

MICORRIZE ha come obiettivo quello di esplorare nuove modalità di ricerca, creazione, promozione e diffusione di pratiche artistiche. Lo scopo è la creazione di azioni performative, spettacoli, installazioni, laboratori nonché la diffusione dell’arte fuori dai perimetri abituali.

MICORRIZE esce dal teatro per aprire mondi creativi, compiere azioni poetiche in ambienti selvatici, rurali, urbani, pubblici e privati, istituzionali e off.

La ricerca di MICORRIZE ruota attorno al rapporto tra corpo e paesaggio, investigandone la reciprocità e permeabilità, considerando la loro relazione come fondante dell’opera.

L’installazione che accoglie l’azione indaga i caratteri del luogo sottolineandoli con piccoli interventi mimetici, volutamente quasi invisibili, e mettendoli in relazione al corpo e al movimento. 

La danza si genera nell’intra-azione tra corpi, spazi, tempi e atmosfere che producono mondi dai quali si lascia trasformare. «Perché i nostri corpi dovrebbero terminare con la pelle?» si chiedeva Donna Haraway nel suo Manifesto cyborg. Prediamo il passo dalla sua domanda: la pelle, e con essa il corpo tutto che ne sarebbe contenuto, diventa soglia più che frontiera. La danza così si apre al paesaggio intorno, il corpo abita l’installazione, ne viene a far parte, le dà vita e prende vita da essa in un loop multi-direzionale dove sensibilità e movimento sono commistioni di incontri: corpo-materia come la pietra, l’argilla, l’acqua, il legno, il cielo… corpo che si fa paesaggio nel paesaggio e cambia cambiando, in un divenire altr*.

MICORRIZE si dedica prevalentemente alla ricerca in spazi aperti, naturali o urbani, sentendo l’urgenza di uscire dai luoghi convenzionali e compiere azioni che simbolicamente sondino la valenza politica del corpo, della relazione, dell’arte, per accendere o sovvertire punti di vista sul mondo che viviamo, per convocare i corpi in luoghi altri, di confine, dove inventare nuove modalità di condivisione e partecipazione.

Sperimentando la residenza come pratica di ascolto, immersione ed abitazione del paesaggio, come dialogo con gli elementi, l’ambiente, gli abitanti (esseri umani animali vegetali minerali), MICORRIZE riporta il corpo all’aperto come atto politico, atto di cura che ricuce e coltiva il legame tra umano e non-umano.

La cura come attitudine necessaria alla creazione e alla relazione. Avere cura è una inclinazione, un muovere verso l’altro da sé, un mantenersi aperti e in ascolto, per fare spazio e generare nuove forme e nuove dinamiche dell’abitare questo pianeta e della relazione.

Il processo è il fulcro della ricerca. Al centro sta ciò che realmente accade e trasforma il reale, è l’intessere relazioni con l’intorno, creare la trama e l’ordito per poi venire alla luce ed offrirsi allo sguardo del pubblico, o meglio, di coloro che partecipano a quel rituale collettivo che è la performance.

Un’altra amica concettuale ci viene in soccorso. Leggiamo le parole di Karen Barad, pensatrice queer e fisica teorica, in Meeting the Universe Halfway. In questo saggio Barad ci invita a riflettere su un fatto curioso: il fotone si comporta come un’onda o come una particella a seconda delle posture e dei dispositivi di visualizzazione impiegati da chi osserva. L’occhio, il corpo, la presenza del pubblico bucano la partitura classica di un teatro meramente fruitivo: chi guarda, esperisce e dunque compromette, genera, disturba, contribuisce, conduce. Il pubblico è performer e la/il performer è pubblico: tutt* attanti su un palcoscenico che è lo spazio condiviso e saturo di materia, affetto, pensiero e respiro